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Prosegue dall’articolo precedente: PROCESSI E METODI DELL’ARCHITETTURA – II. Tecnica dell’Architettura e tecnologia

Con questo articolo si intende affrontare la relazione fra tecnica ed architettura che, con il rapido sviluppo della tecnologia di produzione dell’architettura, sia a livello del progetto che a livello della costruzione e della gestione, rischia di incidere profondamente sul ruolo antropologico dell’architettura stessa.
Per agevolarne la lettura è stato suddiviso in tre parti, come un “feuilleton”, l’ottocentesco romanzo d’appendice, o come le attuali serie TV, sceneggiate in funzione di più sostenibili livelli di attenzione, creando partecipazione emotiva nel fruitore e mantenendo l’esito sospeso. Ovviamente i nostri obiettivi sono altri.
Le tre parti sono distinte ed autonome ma integrate completamente dal punto di vista contenutistico e, al fine di una comprensione efficace dell’articolo, è auspicabile che vengano lette integralmente e secondo la successione proposta.
I. Ars, Techne kai Polis
II. Tecnica dell’Architettura e tecnologia
III. Tecnologia avanzata e stabilità dell’architettura

III. Tecnologia avanzata e stabilità dell’Architettura

L’architettura del terzo millennio sarà realizzata anche con l’apporto di tecniche costruttive individuate e sperimentate all’interno di una ricerca tecnologica sempre più avanzata che individuerà processi e metodi per ottimizzare la produzione edilizia, riferibile agli aspetti di globalizzazione della nostra cultura. Tuttavia, come è stato ampiamente verificato dalle esperienze “radical” degli anni ‘sessanta e ‘settanta, le quali hanno portato alle estreme conseguenze i dettami ed i rapporti fra la forma e la tecnologia impliciti nell’architettura “futurista”, “costruttivista” e “funzionalista”, sviluppati nella prima parte del ‘novecento e confluiti nell’internazionale del movimento moderno, la definizione dell’architettura in funzione delle innovazioni tecnologiche porterebbe ineluttabilmente alla scomparsa dell’architettura stessa. L’applicazione tecnologica della meccanica quantistica, della matematica frattale e di chi sa quale altra forma di innovazione possa essere introdotta dalla ricerca scientifica (6), porterà inevitabilmente, nel corso di pochi anni, alla possibilità di controllo degli aspetti che rispondono alle esigenze materiali dell’abitare, quali il microclima, la comunicazione e l’orientazione, realizzabile esclusivamente con elementi immateriali, appartenenti al “non-luogo”, che non hanno niente a che fare con la costruzione – fortunatamente neanche con la de-costruzione – di uno spazio fisico che possa costituirsi come “luogo” di riferimento all’azione antropica nell’ambiente. Per le caratteristiche fisiologiche e psicologiche dell’Homo Sapiens ciò è inconcepibile, al fine di accettare culturalmente un universo senza architettura sarebbe necessaria una mutazione genetica della nostra specie tale da poter rinunciare, per la propria sopravvivenza, alla Stabilitas a cui fanno riferimento il Protagora di Platone, il Caino dell’Antico Testamento ed in generale, anche con forme anche molto differenti fra loro, la mitopoietica delle culture arcaiche, indipendentemente dal tempo e dallo spazio in cui queste si manifestano, anche quelle con spiccate caratteristiche nomadi per le quali il sistema di riferimento muta frequentemente. La necessità della Stabilitas ha portato alla fondazione delle città ed alla formazione dell’architettura per conseguire la sopravvivenza della specie Homo Sapiens.
La costruzione di un sistema “stabile” del Corpus disciplinare dell’architettura è uno degli obiettivi primari da perseguire. L’architettura deve tornare ad essere senza reticenze ed ideologismi di alcun genere quello che è sempre stata nella storia e nella tradizione di tutte le culture che si sono formate e sviluppate a livello globale: riferimento stabile per l’orientazione antropica nel tempo e nello spazio. In questo modo potrebbe continuare a sostenere quel ruolo che ha sempre sostenuto come contenitore “Aion-ico” per lo sviluppo del “sapere antropico”, attualmente orientato dalla ricerca scientifica, e per l’applicazione di quei processi e di quei metodi di produzione riferibili ad un apparato tecnologico sempre più avanzato, in continua mutazione e tendente inesorabilmente alla completa smaterializzazione delle strutture di sostegno alla dimensione funzionale ed operativa relativa agli aspetti “Kronos-logici” della quotidianità e della “cultura materiale” contemporanea.

Gli architetti del terzo millennio hanno la grossa responsabilità di individuare la tecnica idonea a produrre, nel senso implicito nel termine “póiesis”, architetture e costruzioni capaci di gestire la tecnologia avanzata che saremo in grado di sviluppare. Proprio la dimensione connessa con la globalizzazione della cultura e del sapere portano alla ricerca di un apparato tecnico basato su aspetti connessi con l’ermeneutica dell’ambiente antropico e dei luoghi specifici (7). La dinamicità, la mutabilità e il carattere effimero della tecnologia del terzo millennio non potranno incidere, se non marginalmente, nella formulazione teorica della nuova architettura e della nuova città.

(6) vedi: STEPHEN HAWKING, A brief history of time, Bantam Books, United States and Canada 1988.
(7) vedi: VINCENZO VITIELLO, Elogio dello spazio, Ermeneutica e Topologia, Bompiani, Milano 1994.

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